Game Over

E adesso, fine dei giochetti.

Addio alibi, nascondini, tatticismi e versioni di comodo. La pacchia è finita per tutti.

E’  finita la rendita di Casini, bravissimo a dissimulare una “collocazione” politica con la politica. E’ finita la bella vita del Pd, che dovrà pur dire se sta con la Bce o la Cgil. E’ finita la passeggiata di salute di Di Pietro, rimasto orfano dello stupro della democrazia. E’ finita la sovraesposione mediatica di certi magistrati. La doppiezza furbetta dei leghisti. L’indignazione a scoppio ritardato degli imprenditori.

Game over, per tutti.

Il grande gioco di società che era diventata la politica italiana finisce con l’addio di Silvio alla stanza del potere. C’è stato più di quindici anni. Tre lustri di disastro per il Paese. E di vacche grasse per tutti gli altri.

via Marco Bracconi, Politica Pop – Blog – Repubblica.it.

Nemesi storica

Ed è evidente che dove non sono riusciti gli elettori, dove non sono riuscite le opposizioni, dove non è riuscita la stampa, dove non sono riusciti gli intellettuali, è riuscito il mercato. Ironia della sorte, proprio Silvio Berlusconi, che si è sempre vantato di aver creato un impero dal nulla, di aver incarnato il sogno americano del self-made man, che si è sempre considerato campione di numeri e denaro, è stato sopraffatto dove si sentiva onnipotente, in quello che ha sempre detto essere il suo stesso elemento: dal mercato. È stato commissariato da un’economia che della sua gestione non poteva più fidarsi.

via Roberto Saviano, Il ventennio dell’arabesco – Repubblica.it.

L’Italia che verrà

Se penso a un’Italia senza B, immagino un brigadiere che si addormenta mentre intercetta le telefonate fra il professor Monti e Mario Draghi. Oh, mica voglio un’Italia di banchieri. Ma un po’ grigia e barbosa, sì. Non moralista, morale. Che per qualche tempo si metta a dieta di barzellette, volgarità, ostentazioni d’ignoranza. Dove l’ottimismo non sia la premessa di una truffa, ma la conseguenza di uno sforzo comune. Un’Italia solare, anche nell’energia. Con meno politici e più politica. Meno discorsi da bar e più coerenza fra parole e gesti. Una democrazia sana e contenta di sé, che la smetta di prendere sbandate per gli uomini della provvidenza e si ricordi di essere viva ogni giorno e non solo una volta ogni cinque anni per mettere una crocetta su una scheda compilata da altri. Un’Italia di politici che non parlano di magistrati, ma coi magistrati (se imputati). E di magistrati che parlano con le sentenze e non nei congressi di partito. Di federalisti che non fanno rima con razzisti. Un Paese allegro e però serio. Capace di esportare non solo prodotti belli, ma belle figure. Vorrei essere governato da persone migliori di me. Che non facciano le corna, non giurino sulle zucche e si sfilino un paio di chili dalla pancia, prima di far tirare la cinghia a noi, ripristinando il principio che chi sta in alto deve dare il buon esempio.

Per giungere a un’Italia così, le dimissioni di B rappresentano un primo passo. Adesso devono dimettersi tutti gli altri. Perché più ancora di Berlusconi temo i berluscloni.

via Senza B, Massimo Gramellini – LASTAMPA.it.

Arrivare a mangiare il panettone

È l’inamovibilità, l’insostituibilità del Capo, teorizzata dai suoi cortigiani, che produce la congiura come unica strada al cambiamento. E il segretario del Pdl Alfano, chiamato a rappresentare il nuovo, esprime così il futuro progetto del Pdl: «dobbiamo arrivare fino a Natale». In confronto il tirare a campare di Andreotti era un modello di lungimiranza, di follia visionaria.

Ma Alfano è fin troppo ambizioso, a questo punto. Il governo non arriva a Natale, non c’è più.

via A cercar la brutta morte » LOST IN POLITICS – Blog – L’espresso.

Trafficking in Persons Report 2011: spunta il nome di Silvio Berlusconi

C’è anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel “Trafficking in Persons Report 2011“, studio di 180 pagine presentato dal Dipartimento di Stato americano e fortemente voluto dal segretario Hillary Clinton per fare il punto sulla tratta degli esseri umani e per capire quali sforzi stiano facendo i governi del mondo in materia di lavoro forzato, immigrazione, traffico di adulti e bambini, sfruttamento della prostituzione minorile.
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Legittimo dubbio

Diciamo così: forse nella concitazione degli ultimi eventi, il governo non si è accorto che nel 2026, grazie alle leggi già in vigore e approvate quest’anno, uomini e donne andranno in pensione di vecchiaia a 67 anni. Anzi per l’esattezza a 67 e 7 mesi. Insomma, l’unico intervento in tema di previdenza rimasto dopo il veto della Lega sull’anzianità, non solo non alza l’età di uscita verso la pensione, ma addirittura la abbassa. Lo dice l’Inps nelle tabelle che pubblichiamo oggi su Repubblica.

Ora, delle due l’una: o nessuno tra Berlusconi, Calderoli e Brunetta, artefici della lettera d’intenti all’Unione europea, è andato a vedersi le norme che loro stessi hanno varato qualche mese fa e i loro effetti sull’età pensionabile, oppure i tre mittenti stanno prendendo in giro gli italiani e l’Europa stessa spacciando per una misura di riforma quello che invece è solo la conferma di uno status quo, se non addirittura una clamorosa marcia indietro.

Insomma: o incompetenti o imbonitori.

Pensioni, la bufala dei 67 anni – Repubblica.it.

Se è vero che a Bruxelles B. ha promesso persino il taglio delle Province bocciato pochi mesi fa dalla sua stessa maggioranza, perché “delle due l’una”? Dev’essere che la cura per il cancro non fa crescita, altrimenti il Nostro si sarebbe giocato anche quella.

In estrema sintesi: föra dai ball

E fu così che anche il Corriere dela Sera, per voce del suo Direttore Ferruccio de Bortoli, si aggiunse alla schiera di quanti ormai chiedono esplicitamente a Silvio Berlusconi di fare il fatidico “passo indietro”. E in fretta, che “l’Italia non è la Grecia” e neanche la Spagna, ma è ormai percepita “come il lato debole dell’Europa”.

Berlusconi sembra voler sopravvivere a se stesso. Ma se non è in grado di adottare, per l’opposizione della Lega, provvedimenti seri ed equi, non solo sulle pensioni, ne tragga le conseguenze. E in fretta. Vada da Napolitano e rimetta il mandato. Esiste in Europa, piaccia o no (a noi non piace perché vi vediamo anche un pregiudizio anti-italiano) un problema legato alla persona del premier, più che al governo. E la colpa è solo sua. Il Cavaliere, con il quale la storia sarà meno ingenerosa della cronaca, è anche uomo d’azienda. Sa valutare il momento in cui è necessario mettersi da parte per salvare la sua creatura, il partito e le future sorti del centrodestra italiano. Ma prima ancora viene il Paese. Una volta tanto.