Il diritto (di morire) nel Bel Paese degli Ayatollah
Eluana Englaro ha finalmente raggiunto la clinica “La Quiete” di Udine. Fino a domani sarà alimentata e idratata, poi si cominceranno le procedure per accompagnarla, lentamente, dolcemente, alla morte. 
Ancora quindici giorni e poi dovrebbe calare il sipario su questa triste e squallida vicenda, che ha visto i genitori della ragazza in coma da 17 anni combattere strenuamente e con ogni mezzo legale per poterle dare una morte dignitosa, in un bizzarro capovolgimento delle parti, e porre fine ad una vita che da anni ormai non era più degna di essere chiamata tale.
E’ ancora troppo presto, tuttavia, per dire l’ultima parola. Il fedele scudiero papale, al secolo ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che ci ha visto lungo in tutta questa vicenda (quando mai gli ricapiterà di finire con tanta frequenza sulle prime pagine dei giornali? E poi vuoi mettere come ti si spalancano le porte del Vaticano del Paradiso, a difendere con cotanta pervicacia quel dono divino che è la vita?) non intende gettare la spugna e fa sapere che il caso Englaro non è ancora chiuso: il governo sta valutando l’idononeità della clinica “La Quiete” di Udine.
BASTA! Ministro, si dia pace. Lasciamo perdere i richiami alla misericordia cristiana e alla “sincera fede in Dio” (che sono ben altra cosa rispetto a questo primadonnismo catto-mediatico che va mostrando) e affrontiamo la cosa da un punto di vista puramente giuridico.
Come lei sa, ministro, l’Italia è quello che si definisce uno “Stato di Diritto” (lo sa, vero?!), ovvero fondato sulla salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà dell’uomo. Presupposto di tale concetto è che l’agire dello Stato (e dei cittadini) sia sempre conforme alle leggi vigenti. Le credenze del singolo, anche le sue convinzioni più profonde, siano esse religiose, politice o di qualunque altra natura, arrivano dopo e devono essere subordinate al diritto.
Siamo d’accordo? Bene. Allora mi perdoni se le ricordo, sig. ministro, che nella vicenda Englaro siamo in presenza di una sentenza definitiva della Corte d’Appello civile di Milano, emessa già nel luglio scorso e in base alla quale il sondino che alimenta Eluana deve essere staccato. Non c’è spazio per possibili interpretazioni. La sentenza deve essere applicata e tutte le autorità politiche e morali (dunque anche lei, ministro) non possono farci nulla. Così è.
In seguito, ci sarà tempo e modo di disquisire sulla necessità di una nuova legge sulla materia, che il Presidente della Repubblica sta chiedendo da tempo. L’importante è che tutta questa vicenda arrivi al più presto alla sua conclusione e che ci arrivi percorrendo i binari del diritto. Quello dell’uomo, non quello di Dio. Un particolare, questo, che forse è il più importante dell’intera vicenda, in un Paese in cui la Chiesa, incarnatasi un paio di settimane fa nel cardinale di Torino, Severino Poletto, invita a dare la precedenza alla legge di Dio rispetto a quella dell’Uomo, perché “se le due leggi entrano in contrasto è perché la legge dell’uomo non è una buona legge”.
NdA. Il titolo del post è ispirato alla pronta e giusta riposta che la governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso, ha dato al Cardinale Poletto.
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Tags: chiesa, eluana, eutanasia, politica



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